Romanzo d'esordio di una ragazza di origine cinese ma cittadina statunitense da molto tempo. Il romanzo, che è il primo volume di una trilogia, è stato giudicato molto bene dai lettori su Goodreads, e messo ai primi posti nella classifica annuale dei romanzi fantasy. Qualcuno lo ha anche giudicato il miglior fantasy dell'anno, e mentre alcuni hanno apprezzato di più la prima parte e meno la seconda, altri hanno considerato la seconda parte di intensità superiore rispetto alla prima, piuttosto scontata. Io l'ho letto con maggiore interesse quando ho scoperto che è fortemente ispirato alla seconda guerra sino-giapponese, con al centro quello che è stato chiamato il Massacro di Nanchino.
Questa guerra, con le sue brutalità, è molto poco nota in occidente, pur essendo iniziata nel 1937, ben prima di quella che noi chiamiamo Seconda Guerra Mondiale, e che può essere considerata una guerra di difesa della Cina dall'invasione giapponese, terminata solo per la resa del Giappone dopo le bombe atomiche su Iroshima e Nagasaki senza una vera vittoria cinese sul campo. Sono quindi andato a leggere un poco la storia di questo conflitto prima di affrontarne una sua versione fantasy.
La prima parte del romanzo giustifica entrambe le opinioni contrastanti dei lettori che avevo citate: una orfana di una guerra dell'oppio precedente, di nome Rin e allevata di malavoglia da una coppia di trafficanti clandestini della droga, supera a sorpresa i test di ammissione alla più famosa accademia militare dell'impero, dove deve affrontare grandi difficoltà dovute all'ambiente composto dai rampolli della nobiltà del paese contro cui si scontra la sua origine sconosciuta e la sua cultura sostanzialmente rurale. Ovviamente supera le difficoltà con successo e si ritrova, unica tra tutti gli allievi, a studiare con docente apparentemente squilibrato una materia non ben definita e snobbata da tutti gli altri.
Fino a questo punto è una storia vista e rivista, scritta anche bene e quindi è ragionevole che piaccia a tanti, perché è in fin dei conti uno degli approcci più scontati e più "accarezzevoli" che il genere fantasy possa presentare.
Poi però tutto cambia bruscamente, quando l'Impero viene invaso dal suo vecchio nemico che ha ancora il desiderio di occuparne le terre estese, e gli studenti sono chiamati a partecipare attivamente alla guerra anche se i loro corsi non sono stati completati.
È in questa seconda parte che si ha la narrazione che segue quasi letteralmente i resoconti storici del Massacro di Nanchino, ed è anche la parte dove si sviluppa maggiormente la parte magica della storia. Ovviamente non voglio fare troppi spoiler, per cui mi limito a dei giudizi, cercando di evitare dettagli della storia.
Incomincio dalla magia, che consiste nella capacità da parte di alcuni individui di accedere ad un piano astrale, grazie all'uso di allucinogeni, e di richiamare ad agire sul nostro mondo uno dei 64 dei del loro panteon, tipicamente legati ad eventi naturali e normalmente con risultati di grande violenza. Questa è una capacità considerata generalmente una leggenda, che non può esistere nel mondo reale ed è invece proprio la materia che Rin decide di studiare, anche se il suo maestro cerca più che altro di garantirle una difesa da questa capacità estremamente pericolosa e con gravi conseguenze sulla stabilità mentale di chi la usa. Tra i vari dei il più violento e incontrollabile è il dio del fuoco, Phenix, ed è quello a cui Rin si lega, senza saperlo davvero richiamare e/o controllare. Onestamente in questo primo volume della trilogia questo aspetto magico è trattato molto male, senza una reale spiegazione e con troppi dubbi di cosa davvero sia e se sia davvero possibile controllarlo e non esserne solo controllati, ma riveste comunque una parte essenziale della storia, anche se così com'è mi sembra sostanzialmente un punto debole della stessa.
In questa seconda parte del primo romanzo ci sono molti scontri armati, sia individuali che di massa, e purtroppo l'autrice non padroneggia affatto l'argomento, e la sua narrazione non riesce a raggiungere mai un livello di tensione adeguato.
Vi è poi la descrizione del massacro, della violenza ingiustificata, che si appoggia fortemente alle cronache storiche di quello che hanno fatto i Giapponesi in Cina. È indubbiamente il punto di drammaticità maggiore dell'intero romanzo, ma a me ha lasciato più di qualche perplessità.
Cerco di spiegarmi.
L'evento storico ha lasciato un'impressione così sconvolgente perché queste azioni feroci non hanno normalmente giustificazioni, sono al di fuori di un "normale" comportamento umano, si basano su di un qualche modello di comportamento particolare, dalla struttura sociale che richiede ubbidienza assoluta e fanatismo rivolto all'imperatore, alla forza della catena di comando, che non ammette debolezze. Ma leggendo le cronache storiche rimane la forte sensazione che in questo caso si è esagerato.
Nella situazione del romanzo invece ci si trova in una società, e in particolare in uno specifico reparto militare, in cui la violenza incontrollata è quasi la normalità, anzi ne è la caratteristica principale. Quindi siamo in presenza di persone, e di una popolazione, che è abbastanza abituata ad atti di violenza senza giustificazioni, derivate dall'azione dei loro dei, per cui a chi legge risulta difficile cogliere una differenza così grande tra quello che hanno fatto gli invasori e quello che fanno normalmente i difensori per difendersi.
C'è poi l'aspetto narrativo per cui tutte le violenze dell'invasione sono raccontate a posteriori, senza nessuna descrizione diretta, che fa perdere decisamente impatto emotivo, un esempio eclatante dell'importanza di "show, don't tell".
Nel finale la Kuang sembra riprendere un po' meglio le fila della vicenda, per cui può essere che i seguiti siano meno confusi e si preoccupino di più di raccontare una storia che fare una denuncia sociale. Le due cose possono stare benissimo insieme, se sono ben amalgamate e omogenee, cosa che non è successo in questo romanzo, ovviamente a mio parere.
Rimane un romanzo da leggere, per tante ragioni, ma a me ha deluso abbastanza. Forse mi aspettavo troppo.
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